Autore: don Mauro Barlassina

  • La speranza non delude

    La speranza non delude

    Abbi fiducia! Cerca di non perdere la speranza! Ognuno di noi, dopo aver ascoltato persone in difficoltà, ha certamente pronunciato frasi simili. Si tratta di frasi fatte, vie di uscita di fronte a situazioni imbarazzanti oppure espressioni capaci di offrire indicazioni concrete per affrontare la
    realtà, a volte tortuosa della vita?

    Alda Merini, poetessa milanese, segnata da non poche fatiche, scrive in una poesia quasi autobiografica:

    È così diseguale la mia vita da quello che vorrei sapere. Eppure al di là di ogni immondizia e sutura, c’è la grande speranza che il tempo redima i folli e l’amore spazzi via ogni cosa e lasci inaspettatamente viva
    una rima baciata.

    Drammatica e intensa, la poesia della Merini ci riporta nella realtà di una vita segnata dal travaglio
    della disperazione che comun que non vince sulla speranza di un atto d’amore capace di ridare coraggio e intraprendenza. Quando noi pensiamo alla speranza, dunque, non facciamo riferimento a una illusoria via d’uscita dalle complessità del vivere, ma individuiamo il modo di affrontare situazioni oscure o deprimenti.

    Al riguardo è illuminante un altro autore che scrive:

    La maggior parte delle cose importanti nel mondo sono state compiute dalle persone che hanno continuato a pregare quando sembrava non ci fosse alcuna speranza.

    Non si tratta di sperare quando non vediamo altra via d’uscita, ma la speranza è il motivo, il seguito di una vita che si gioca nell’assunzione delle proprie responsabilità, per trafficare i talenti ricevuti e metterli a servizio del bene di tutti. In altre parole, la speranza ha come volto ogni gesto di amore.

    Anche al riguardo ci viene in aiuto un uomo di pensiero:

    La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle.

    Affrontare la vita con speranza è l’esatto contrario della rassegnazione perché è solo sperando che
    entriamo in attesa, ed entrando in attesa ci mettiamo in movimento. Non è forse questo il senso più tra-
    sparente del tempo di Avvento che domenica prossima inizieremo?

    Non è forse la speranza una virtù da ritrovare di fronte alle tante rassegnazioni che ci troviamo quasi imposte ogni giorno?

  • A Messa, di domenica, perché?

    Da giovedì 24 a domenica 27 ottobre vengono proposte in città le Giornate Eucaristiche, momenti in cuisarà possibile fermarsi per la preghiera personale o comunitaria davanti a Gesù, pane vivo disceso dal cielo. Ciascuno può individuare gli orari adatti per vivere una sorta di pellegrinaggio eucaristico. Le occasioni itineranti nelle parrocchie favoriscono gli anziani, che non devono spostarsi troppo, e chi lavora, con orari serali o nel pomeriggio del sabato e della domenica. E’ stato preparato un sussidio per i momenti comunitari che può aiutare ad adorare anche in quelli di preghiera personale. Le giornate hanno come titolo A Messa, di domenica, perché? Dal momento che il dono dell’Eucarestia è offerto da Gesù nel contesto della sua Pasqua, non è possibile non ricordare che la celebrazione comunitaria dell’Eucarestia è, e rimane, il centro della vita della comunità (M. Delpini).

    Ma cosa comunica, oggi, a un ragazzo o a un giovane la Messa? E’ ancora comprensibile per la maggior parte degli adulti?

    Il più delle volte sembra di non riuscire a comunicare la decisività nella vita di un cristiano della Messa domenicale! In realtà la Messa è molto più di un rito, di una sana abitudine o di un’occasione aggregativa. E’ un vero appuntamento d’amore. Scrive un autore, al quale affido l’invito per vivere le Giornate Eucaristiche 2024: la Messa è un roveto ardente nel quale Dio si manifesta in mezzo a noi per farsi conoscere. E’ la montagna delle beatitudini dove chi si riunisce rimane affascinato dalla ricchezza della sua Parola. E’ il luogo della crocifissione, il Golgota, dove si rivive realmente il più grande atto d’amore di sempre. E’ un cenacolo dove si tocca con mano che lo Spirito di Gesù risorto non abbandona la sua presenza nella mia vita e nella nostra storia”.

  • Camminare …

    Camminare …

    Chi vive incarnato nella situazione storica odierna non può non interrogarsi sul senso di una festa patronale. Se qualche decennio fa la festa del Patrono di un paese o di una città rimandava immediatamente alla vita cristiana con i suoi ritmi e scadenze, oggi non è più così. Occasioni per fare festa non mancano, anzi sono quotidiane! Sembra inevitabile chiedersi se il festeggiare la Madonna del Rosario, Patrona della città di Desio, parli ancora a gente di ogni età, alle prese con al­go­ritmi, intelligenza artificiale, forme di comunicazione istantanee, conflitti locali e mondiali che aprono scenari impressionanti nel tentativo di sdo­ga­nare la guerra come modalità di soluzione alle tensioni internazionali.

    Alla luce e sollecitati dalla Parola di Dio suggerisco due percorsi di ri­flessione per agire da cristiani nella città ben consapevoli della po­ten­zialità e delle sfide in atto.

    Il primo: nel racconto di Atti degli Apostoli (Atti 1,12-14) si descrive una situazione simile alla nostra. I testimoni della resurrezione di Gesù, pur avendo avuto riprova della presenza del Risorto, sono in preda a smar­rimento e paura. Non hanno ancora il coraggio di uscire e annunciare la notizia buona che cambia il modo di vivere: Gesù è vivo e noi siamo amati e salvati da Dio, perché figli di un Dio che è Padre. Nonostante que­sto timore riconoscono nella presenza di Maria di Nazareth la donna capace di accoglierli perseverando nella preghiera e nella fraternità. Maria indica che la strada da percorrere è quella della fiducia incrollabile nella presenza di Dio. Questo annuncio ci interpella e, aiutati da un prete educatore, desiano di nascita e di formazione alla vita cristiana, troviamo la prima consegna: “Il problema dell’educazione dei giovani è che hanno assolutamente bisogno di una sola cosa: la presenza dell’adulto. I giovani hanno bisogno di una presenza, cioè che l’adulto sia una presenza”. Noi cristiani abbiamo la gioiosa responsabilità di educarci ed educare ad essere e diventare adulti appassionati e fiduciosi soprattutto nelle si­tua­zioni maggiormente complesse e precarie tipiche di una società definita destrutturata e liquida.

    Il secondo percorso: il tratto che caratterizza l’adulto è la con­sa­pe­vo­lez­za di essere partecipe di un dono ricevuto e come tale da trasmettere. S.Teresa di Gesù Bambino, dopo il travaglio vissuto nel diventare adulta, arriva ad affermare: “Compresi e conobbi che l’amore abbraccia in se tutte le vocazioni, che l’amore è tutto, che l’amore si estende a tutti i tempi e i luoghi, in una parola che l’amore è eterno”. Vivere nella realtà come adulti è non recriminare né rimpiangere, ma assumersi le re­spon­sa­bilità che ci vengono affidate operando, a volte anche soffrendo e lot­tando, nella consapevolezza che Dio Padre ci assegna una vocazione specifica, così che lo stare nel mondo diventa il tempo nel quale investire i talenti ricevuti mettendoli a servizio della pace e della fraternità. Come discepoli di Gesù, non stiamo nella città per dividere, ma per unire e valorizzare ogni contributo. In concreto: camminare uniti e pronti a riconoscere ogni scintilla di bene per metterla in relazione con altre scintille di bene e togliere la cenere dalla brace che impedisce al fuoco di ardere e riscaldare. Accompagnati dalla Madonna del Rosario, da S.Teresa di Gesù Bambino e dai molti testimoni di ieri e di oggi, viviamo con fiducia laboriosa questo tempo di grazia.

  • Una città sempre giovane

    Una città sempre giovane

    Desio è città da un secolo! 1924 – 2024

    Sono cento anni di storia, cento anni di vita, di intrecci tra gioie e dolori, vicende familiari e sociali. La storia di una città non è estranea alla storia della nazione e del mondo intero, ma ne è inscindibilmente legata e, al tempo stesso, espressione. Percorrendo le strade della nostra città si possono individuare ancora alcune caratteristiche del suo passato remoto e recente e, al tempo stesso, si riconoscono i segni dell’oggi.

    Si vedono luoghi che hanno caratterizzato la vita sociale negli anni ’30 del secolo scorso, come i cortili, ma anche tracce di un’epoca industriale negli anni ’70 e ’80. Si individuano zone più recenti, ma anche alcune zone in decadenza. I pensieri che condivido con voi nascono da un grande amore per questa città nella quale vivo da oltre un anno.

    Ho apprezzato da subito le tante potenzialità e le fatiche. Come Chiesa, come cristiani e preti, vorremmo vivere a servizio della città, della sua storia, riconoscendone i tratti vitali per favorire interazioni e collaborazioni, per mettere in dialogo differenze e per annunciare la gioia di dare un senso al vivere e all’operare quotidiano: il Vangelo di Gesù.

    Quattro figure, tra i tanti desiani, ci possono aiutare nel continuare a generare storia di vita buona per la città:

    • Achille Ratti, poi Pio XI, che ha operato con tenacia e determinazione a favore della pace tra i popoli e le nazioni, ha aperto la Chiesa a mondi fino ad allora lontani e sconosciuti, ha sostenuto con l’Azione Cattolica il qualificato impegno dei laici nel mondo.
    • Luigi Giussani, un uomo, un prete tutto brianzolo, essenziale e coinvolgente, capace di visione, ma anche concreto nel darne realizzazione. Negli anni turbolenti del ’68 diceva tra l’altro che la comunione con Dio Padre e tra noi cristiani è la modalità con cui partecipiamo alla costruzione di un mondo più giusto, vero e bello.
    • Lucia Pulici, missionaria saveriana e donna del Vangelo che con Celestino Cattaneo, poi Vescovo cappuccino di Asmara, sono il segno di una Chiesa aperta al mondo fino al punto di andare lontano per annunciare il Vangelo. La festa di Desio non è solo un rito, una scadenza ma occasione per tornare all’origine della storia affidando alla Regina della Pace, così chiamata da Pio XI, il presente e il futuro.
  • Ho fatto un sogno

    Ho fatto un sogno

    Ho sognato che il grido inconscio di giovani e meno giovani sul perché siamo al mondo arrivava nel cuore di Cristo Gesù. Nel sogno il volto di Gesù era pacificato e pacificante. Di fronte al grido di uomini e donne andava ripetendo “Venite a me voi tutti affaticati e oppressi e troverete ristoro alle fatiche e motivazione alle soddisfazioni”.

    Sempre nel mio sogno Gesù non rimproverava ma accoglieva, incoraggiava, sosteneva, asciugava lacrime e condivideva gioie.

    Gradualmente ma inesorabilmente gli uomini e le donne di ogni età che si avvicinavano a Gesù iniziavano a pacificarsi, a riflettere e dialogare ma senza angosce né conflitti. Ognuno cercava di comprendere e di condividere le ragioni dell’altro e, quando non era d’accordo, cercava di cogliere un aspetto capace di completare il proprio pensiero.

    Il sogno è poi continuato e si è ampliato, forse un po’ ingenuamente, mettendo in evidenza come coloro che si erano fatti vicini a Gesù e, pacificati, avevano iniziato a dialogare tra loro senza risentimenti, rimpianti e divagazioni verso un tempo che non c’è più. Da questi volti irradiava una gran voglia di comunicare a tutti il perché della vita, il tesoro nascosto e la perla preziosa per le quali vale la pena giocarsi fino in fondo.

    Queste persone uscivano dalla Chiesa, dagli oratori consapevoli di essere il sale della terra e la luce del mondo ma si muovevano senza orgoglio, persone forti ma propositive, libere ma ancorate alla Buona Notizia. Il loro percorrere le strade della città non era fatto di parole recriminatorie, di sfoghi al limite della deprecazione, di rivendicazioni su confini territoriali ma colmo di gratitudine al Signore per essere “con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo”.

    Il sogno si concludeva sfumando nella realtà e vedendo un popolo che, proveniente da ogni Chiesa, oratorio, case e luogo di vita, tornava desideroso di vivere insieme l’Eucarestia ricevendo il “Pane vivo disceso dal cielo” che nutre il cuore dell’umanità e rende persone nuove, popolo credente, orante e fraterno … “erano un cuore solo e un’anima sola!”

  • Si può ancora fare festa?

    Si può ancora fare festa?

    Sfogliando questo numero di “Comunità in cammino” troverete le proposte pensate per la festa patronale nell’anno centenario della proclamazione a città di Desio. Non entro nel merito dei singoli appuntamenti ma cerco di offrire il motivo per cui dare rilievo alla nostra festa patronale cittadina.

    1. Viviamo la festa per fare memoria di doni ricevuti e che, a nostra volta, possiamo trasmettere. Una festa permette di tornare a ri­cor­dare cosa ci sta a cuore, perché impegnarsi nelle attività di ogni gior­no, vivere relazioni buone e costruttive fatte di incontri gratuiti e semplici.
    2. Nel programma riportato nelle pagine interne troviamo tre serate dove, con linguaggi diversi, avremo la possibilità di conoscere me­glio alcuni testimoni di vita buona (suor Lucia Pulici con altre due consorelle, S. Teresa di Gesù Bambino e, con alcune mostre, i Santi della porta accanto). In questo modo si vuole suggerire che vi sono buone ragioni per affrontare la vita pur nelle sue innumerevoli com­plessità. Forse c’è un grido inconscio di trovare il “perché” stare al mondo. I testimoni che incontreremo saranno di aiuto per vedere la luminosità anche nella complessità.
    3. Il terzo motivo è più interno alla comunità cristiana ma sempre in dialogo con la città. Infatti sabato 21, in mattinata, sarà possibile condividere e confrontarci sul nostro essere Chiesa nella città. Essere e vivere da cristiani non per conservare ma per annunciare la gioia e la contemporaneità del Vangelo

    Nel concludere sottolineo che non mancheranno occasioni per condividere fraternamente il pasto come momento di vita comunitaria.

  • Parole per …

    Parole per …

    Ogni giorno ascoltiamo e pronunciamo migliaia di parole. Spesso sono parole che offendono e diventano contraddittorie. Parole che possono denigrare o scoraggiare, parole che non sanno raccontare niente.

    La rete, i social e molti strumenti di comunicazione non cercano parole capaci di sostenere, maturare, incoraggiare, ma semplicemente pronunciano parole a volte insignificanti, senza corrispondenza alla realtà e finalizzate a cercare “audience”, se non vere e proprie conflittualità. Alludere, insinuare sospetti, produrre “fake news” è uno dei tratti tipici di certe forme di comunicazione.

    Anche nei nostri contesti non sempre è possibile capire se quanto viene affermato descrive la realtà oppure nasconda inerzie e incapacità ad affrontare problemi e trovare soluzioni. Molte parole sono inutili, fuorvianti, dette per rimandare scelte e decisioni necessarie per il bene di una comunità. Il linguaggio della burocrazia, a volte sembra creato apposta per non favorire comprensione e impedire di passare dalle parole ai fatti, per salvaguardare interessi parziali a immobilizzare decisioni necessarie ad uno sviluppo di una data realtà.

    Senza escludere che vi sono ancora parole “belle”, “buone” e “vere” nel cuore e sulle labbra di molti, noi discepoli di Gesù non possiamo che cercare di essere uomini e donne di Parola. Nel senso di essere pronti a rendere ragione della speranza che è in noi per dare volto a ciò che motiva, sostiene e incoraggia. Per dare volto alle parole che prendono vita dalla Parola che non banalizza ne inganna: Gesù Parola fatta carne e concretezza del volto di Dio.

  • Iniziare

    Iniziare

    Oggi inizia il mese di settembre. Un mese caratterizzato dalla ripresa di molte attività e impegni.

    Nelle scorse settimane, riflettendo e osservando la città, mi è apparso ancor più evidente di quante ricchezze umane siamo custodi, ma anche di quali responsabilità siamo investiti.

    Una città, una comunità di uomini e donne, non si fa da sé; è edificata da molti che si coinvolgono e si lasciano coinvolgere a rendere più bello e accogliente lo spazio che abitiamo, le piazze e le strade che percoriamo, i luoghi che scegliamo di frequentare, la storia che desideriamo custodire.

    Una città, una comunità, allora, è bella, accogliente, curata, pulita e coinvolgente se entrano in azione soggetti disposti a dedicare tempo, idee, iniziative per renderla tale.

    Anche le nostre parrocchie nel loro camminare insieme come comunità pastorale possono offrire spazi, iniziative, tempi e luoghi d’incontro nella misura in cui volti e storie entrano in azione.

    Iniziare questo settembre è occasione per arrivare a dire: “ci sono”, “questa città”, “questa Chiesa” è nostra e solo noi abbiamo le forze per renderla città amata, bella, pulita; e solo noi con totale fiducia in Dio, possiamo dare vita, comunione, opportunità a molti.

  • Chiamare Dio Padre

    Chiamare Dio Padre

    Chi ha avuto la pazienza di leggere nelle scorse settimane le note introduttive alla preghiera si sarà accorto che pregare chiede un cuore e una mente semplice.

    In fondo, anche se le modalità sono diverse, pregare è “prendere sul serio la libertà di chiamare Dio nostro Padre, fiduciosi nella testimonianza di Gesù”. Per aiutare questa esperienza offro qualche riferimento biblico per entrare nel dialogo da figli con Dio che è Padre:

    1. Nel Vangelo di Giovanni ascoltiamo:

    “Dio nessuno lo ha mai visto: Il Figlio unigenito che è Dio

    ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”

    Gio (1,18)

    Nell’affermazione conclusiva del prologo l’Evangelista Giovanni ci ricorda che Dio non si nasconde più, ma in Gesù si fa incontrare. Al tempo stesso ci invita ad aprire le nostre esistenze a questo manifestarsi del volto del Padre perché è nella reciprocità che avviene l’incontro.

    1. Nel Vangelo di Matteo ascoltiamo:

    “In quel tempo Gesù disse: ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai colti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza …

    Matteo (11,25-27)

    Per arrivare a chiamare Dio con il nome di Padre e avere una relazione da figli, Gesù ci ricorda che è necessario abbandonare ogni forma di arroganza ed entrare nel dialogo della preghiera con cuore mite e accogliente. Il cuore mite e accogliente è quello di un uomo e di una donna che vivono una relazione d’amore libera e totalmente fiduciosa. Pregare, allora chiede un cuore mite, umile, accogliente, che non avanza pretese ma si consegna ad un rapporto d’amore libero e gratuito. La prima qualità della preghiera non è quello di chiedere, ma di rendere grazie, lodare, riconoscere la totalità dell’Amore di Dio. Ma chi ci fa conoscere questo Amore del Padre?

    1. Nel Vangelo di Giovanni ascoltiamo:

    “Gli disse Filippo: Signore, mostraci il Padre e ci basta. Gli rispose Gesù: da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: mostraci il Padre?

    Giovanni (14,8-9)

    Dio noi lo incontriamo e con lui dialoghiamo grazie a Gesù. Scrive P. Pasolini a commento del brano di Vangelo:

    “Gesù, durante la vita pubblica si è accorto che testimoniarci e trasmetterci il volto del Padre significa purificare il nostro cuore dalla tenebra più radicata e velenosa, quella che ci porta a immaginare un Dio lontano, indifferente o addirittura ostile alla nostra vita”.

    Il percorso di introduzione alla preghiera proposta in queste domeniche estive si conclude con questo articolo. La speranza che ho nel cuore è di aver aiutato qualcuno dei lettori a prendere coscienza che la preghiera non è anzitutto un momento in cui chiediamo qualcosa ma un tempo nel quale entriamo in dialogo con Dio.

    Ancora con le parole di P. Pasolini:

    “Quando preghiamo stiamo educando il nostro amore a credere che la persona a cui rivolgiamo la voce è il Padre che ha realmente a cuore la nostra vita”.